lunedì 4 novembre 2013

7 ore per farti innamorare, buona la 'uno'!




A due passi da San Giovanni in Laterano a Roma, abbiamo assistito alla commedia brillante “7 ore per farti innamorare”, con Giampaolo Morelli, Carolina Crescentini, Stefano Fresi e la nostra Chiara Ricci, su un testo adattato dal libro omonimo di Morelli, per la regia di Gianluca Ansanelli. Lo spettacolo è arricchito dalla partecipazione amichevole in video di Giorgio Colangeli e Miloud Mourad Benamara. Le musiche sono di Cristiano Califano.


Buona la una! (*)

La storia è abbastanza classica nel suo impianto iniziale: il promettente e un po’ sfigato talento del giornalismo finanziario (Paolo/Giampaolo Morelli) vive un apparente idillio con la sua fidanzatina (Giorgia/Chiara Ricci), fin troppo organizzata e organizzatrice - al confine con l’ossessivo.

Quando scopre che questa ha da tempo una relazione col suo capo, è inevitabile la rottura, e le successive dimissioni lo costringono ad accettare un lavoro di ripiego in una rivistaccia per soli uomini, incoraggiato dall’esuberante amico fotoreporter (Marcello/Stefano Fresi).

Dalle stelle alle stalle, il protagonista finisce precipitato in un mondo non suo: abituato ad articoli seri e compassati sull’economia e le quotazioni di borsa, si ritrova invischiato in scultura degli addominali, tronisti di bassa lega e trucchi su “come farla impazzire a letto”.

Fino al momento in cui verrà mandato a scrivere di uno strabiliante corso di “rimorchio”, che garantisce la conquista della “preda” in sole sette ore - le sette ore del titolo - dall’approccio al “consumo”.

A questo punto, gli schemi saltano.

Il docente del corso, tra teorie evolutive e tecniche di aggancio al bar, non è un casanova postmoderno, come si potrebbe sospettare, bensì un’agguerrita e bellissima coach (Valeria/Carolina Crescentini). Il che, ovviamente, stravolge il grigio mondo di Paolo, e lo proietta almeno due scalini più in alto sulla lunghissima scala della scoperta di cosa vogliano realmente le donne!

...E se questa occasione potesse essere sfruttata per riconquistare Giorgia? Vale la pena di tentare, visto che il corso va seguito comunque, avendo avuto grande successo sulla rivista! Certo, potrebbe funzionare, a meno che…



Spazi, volumi, ritmi


Il Golden è finalmente un teatro spazioso e il palco è letteralmente in mezzo agli spettatori; questa disposizione permette alla narrazione di evolversi in ambienti differenti senza cambiare struttura, semplicemente aggiungendo o modificando piccoli dettagli dell’arredamento e delle scenografie.


L’atto unico in realtà si compone di dozzine di scene - a volte vere scenette - con un ritmo e “stacchi” sicuramente più congeniali a un taglio televisivo o cinematografico, e che aggiunge difficoltà logistica all’impegno recitativo per i quattro artisti in scena. Davanti e dietro il proscenio, tra i pochi elementi minimalisti, immaginando motociclette e terrazze vista mare dove un attimo prima c’erano solo panche e bauli, gli attori si muovono in uno spazio aperto, con una quarta parete che in realtà, per la disposizione degli spettatori, avvolge quasi tutta la scena, e che viene sistematicamente abbattuta nella continua interazione tra personaggi e pubblico, e tra attori e pubblico!

Sotto i riflettori

I quattro teatranti sono semplicemente strepitosi, ognuno a modo suo. Caratterizzati, ma non stereotipati, in maniera decisa e riconoscibile i quattro personaggi.

Morelli è a casa sua. Il testo è suo, il personaggio è suo, la scena è sua; le battute non sembrano scritte e studiate, ma lette di getto da un suo diario, e il tempo comico è perfetto, cantilenato nel suo dialetto napoletano a volte accennato, a volte represso, a volte trionfalmente sfruttato nella sua innata simpatia. Un Totò con lo smartphone in tasca, padrone del copione, che passa dalle “facce buffe” al distacco del narratore fuori campo con inquietante velocità.

La Crescentini è una rivelazione, e la dimostrazione che il teatro tira fuori i veri attori, separandoli dalle belle statuine. Intensa, trascinante, capace di profondità e immedesimazione sorprendenti. Nelle scene più drammatiche, comunque presenti, emerge una recitazione sensibile, appassionata, emozionata, dallo scricciolo biondo che mette in riga gli sfigatelli con l’autostima sotto i tacchi.

Fresi è il caratterista che non smetteresti mai di apprezzare. Viene sempre il dubbio se stia recitando o improvvisando, se la sua battuta, magari nel tipico romanesco sincopato, sia stata studiata per settimane o venuta così, come te l’aspetteresti chiacchierandoci di persona. Il suo esilarante personaggio casinista è d’aiuto, sicuramente, ma non ci si improvvisa spalla se non si riesce a tenere lo stesso livello del capo-comico.


Chiaramente Chiara!

La nostra Chiaretta dà l’ennesima prova di bravura, con una sfida tutta nuova. Dice che siano i suoi primi passi nella commedia, e che l’abbia aiutata il fatto che il suo personaggio sia il più serio e impostato di tutti. Un personaggio tutto sommato non molto positivo, anzi, a tratti antipatico, molto lontano da come sia lei - e per questo ancora più complicato - mentre asseconda Morelli nelle sue battute fulminanti e nelle sue riflessioni profonde e accorate.

Ma noi sappiamo benissimo che dietro la sua preparazione drammatica, la sua concentrazione e precisione maniacale (citiamo non a caso Elena di Rose di Maggio), la sua presenza scenica luminosa, brillante, sorridente, si intravede, neanche troppo celato, un cuore comico e buffonesco di prim’ordine.


E non sono solo le sue faccette, i suoi ammiccamenti, la battuta sempre pronta, il senso del grottesco e del ridicolo, l’inesauribile allegria che conosciamo bene; siamo convinti che con uno studio e un’applicazione diligente alla corte di maestri della commedia (come Morelli e Ansanelli, in questo caso), l’evoluzione di Chiara in un’attrice completa, poliedrica, che sa far divertire molto mentre si diverte moltissimo, sia assolutamente a portata di mano.



Se potete, andateci!

La commedia è davvero divertente, merita di essere vista e goduta dalla prima all’ultima frase, non senza lasciare spunti riflessivi sui rapporti tra uomini e donne, sulle differenze tra attrazione e innamoramento, sulle esigenze dei due sessi e i loro ancestrali motivi proiettati in una società schizofrenica e disfunzionale.

Ma soprattutto potrebbe segnare un punto di svolta per la Nostra, e un ingresso davvero trionfale nell’arte comica che tanto le vedremmo cucita bene addosso.

E non importa se ci siano piccole limature da rifinire, come è giusto e normale che sia. Per esempio, il disinvolto uso del dialetto per i due attori maschi, mentre le due femminucce sembrano un pochino più ingessate in una recitazione “impostata” e rigorosa.

O la struttura stessa degli spazi del palcoscenico, per i quali c’è sempre almeno qualche spettatore a cui i protagonisti danno le spalle.

E anche se da un certo punto (che non vi diciamo) la storia prende una direzione ben precisa e il finale è abbastanza prevedibile (ma non vi diciamo come), rimane comunque un’opera decisamente godibile, e la speranza di vederla anche su grande schermo potrebbe rendere ancora più preziosa questa eccellente riduzione teatrale del libro di Morelli.

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(*) - Nessuna Clara è stata maltrattata per questa recensione!


Francesco Munda (amico della redazione)