mercoledì 5 marzo 2014

La Grande Bellezza: così bucolico da desiderare la pausa pubblicitaria.





Canale 5 ha proposto in esclusiva in prima serata "La Grande Bellezza", fresco di vincita come Premio Oscar migliore film straniero.
Prima di tutto mi pare di aver colto, in basso a destra, il bollino giallo. Segno che lo possono vedere anche i bambini in compagnia dei genitori, ma mi auguro che i genitori italiani siano stati accorti, e che non si siano fidati a priori. Del film mi è piaciuta la fotografia. Immagini di Roma e dei vari personaggi, ripresi in ogni momento, e sotto ogni punto di vista, ne fanno un ottimo documentario visivo. E una discreta colonna sonora accompagna lo spettatore, già quasi in crisi narcolettica.



Molto difficile dare un giudizio su questo film osannato un po' dappertutto, che a quanto sembra ha voluto rappresentare l'aspetto cafonal e snob di una Roma artistoide, bucolica, e intellettualoide. Il film insomma è pieno di mostri, donne rifatte dal botulino, vecchi decrepiti che rimembrano amori giovanili, giovani depressi, giovani sfatti dalla cocaina, persone divorate dal loro ego, dal narcisismo, ma convinti tutti di essere "qualcuno". E c'è pure lo sfigato di turno, questa volta è Carlo Verdone. Il tutto, almeno nella prima parte del film, è colorato di felliniana atmosfera: come clown patetici, vestiti di lustrini, i personaggi ostentano felicità apparente nei balli sfrenati, e nelle cene sfarzose a base di alcool e tartine al salmone. Ma il film presenta il conto. Servillo, non pago delle donne nude che ultimamente devono essere mostrate nelle loro intimità con inguini depilati in bella mostra, ci prova con il lato profondo della disillusione e del cinismo. Alla sua età, "una della sua età non è abbastanza", dice, e poi ricorda la prima ragazzina che gli ha fatto battere il cuore - profumava di fiori, ma fece vedere le tette - e mostra consumata benevolenza all'amica di letto che vuole mostrargli le foto nuda che ha messo su Facebook. Intrattiene una non ben definita amicizia pudica con Sabrina Ferrilli, che muore, ovviamente, onde evitare maggiori disturbi alla già delicata mente dello spettatore confuso. In qualche momento usa pure la carta del cinismo, quando con serafico controllo emotivo, dice ciò che pensa all'amica intellettuale, smontandole il castello di convinzioni in cui viveva, e riportandola alla realtà di menzogne e debolezze che lei ha faticosamente nascosto da sempre. E bla bla bla...

"Ma che belle persone, siete!", dice ancora. "Ma non vanno da nessuna parte..." 


Il film è quasi comico, ed è un horror incompiuto. La scena della ragazzina che imbratta il telo è da intervento psichiatrico, ma lui ironizza e blandisce la Ferrilli: "Ma dai, quella guadagna un sacco di soldi." Poi c'è l'anticlericale, che ci sta sempre bene. "In Italia pensavo ci fosse bisogno di preti", risponde al Cardinale che gli dice che ci sarebbe bisogno di scrittori.
Servillo alla fine è poi veramente il ritratto (classico, scontato) dell'uomo arrivato all'andropausa che si fa domande, e che non sa più che pesci prendere. Niente di nuovo, dunque. Il ciclo della vita, che quando sei giovane ti fa credere padrone del mondo, e che poi dopo, ti fa capire quello che sei. Con una suora quasi morta in casa, arrivata a 104 anni, che ha sposato la causa della povertà. (Che non si ostenta, si fa.)

"Perché non hai più scritto libri?"
"Perché cercavo la grande bellezza, e non l'ho trovata". 


Insomma, un bel ritratto della nostra Capitale da portare all'estero. Il film è ben costruito, è un film "civetta", affatto "di nicchia". Infatti mentre il primo strizza l'occhio al mercato americano, che adorano Fellini e Allen, e che amano essere tramortiti da sguardi persi nel vuoto, discorsi accorti che invitano ad una riflessione intima ma che non debba avere per forza un significato, dal chiasso colorato di figure grottesche e drammatiche, dalle tragedie dell'anima, dall'esagerazione e dall'opulenza; il secondo, quello di nicchia, quasi sempre sottovalutato e non commerciale non arriva mai al grande pubblico. E nel secondo caso, non ci sarà mai la pubblicità di una nota casa automobilistica. 



Il film è considerato un capolavoro, il Presidente della Repubblica Napolitano ha detto "Si è giustamente colto nel film di Sorrentino il senso della grande tradizione del cinema italiano e insieme una nuova capacità di rappresentazione creativa della realtà del costume del nostro tempo. È uno splendido riconoscimento, è una splendida vittoria per l’Italia”

Vorrei solo obiettare che se questa è una rappresentazione - creativa? direi impietosa - della realtà del costume del nostro tempo, allora siamo veramente messi male. Forse sarebbe arrivata l'ora di cambiare.

Sul serio.

Clara Bartoletti