lunedì 26 maggio 2014

Ad occhi chiusi, il teatro che non c'e'!



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Ad occhi chiusi

Venerdì 23 maggio siamo andati a teatro ad assistere allo spettacolo “Ad occhi chiusi”, tratto dall’omonimo libro di Gianrico Carofiglio (http://www.amazon.it/Ad-occhi-chiusi-Gianrico-Carofiglio/dp/8838919054), per la regia di Carlo Fineschi e l’allestimento di Giulia Ciucciovino.

Ma ben presto ci siamo accorti che non andavamo realmente a teatro - perché stavolta il teatro non c’era, inteso come luogo fisico. E non avremmo neanche visto un unico spettacolo, ma avremmo seguito uno dei tre personaggi principali e il suo personale punto di vista sulla storia, mentre si intrecciano situazioni, percorsi, ambientazioni e stati d’animo, incontrandoci di tanto in tanto con gli altri protagonisti nelle scene in comune.

Ad occhi socchiusi

I tre gruppi di pubblico (rigorosamente di 12 persone ciascuno), partono da due punti differenti del ricco quartiere Flaminio a Roma, e in una specie di caccia al tesoro urbana, vengono portati dagli artisti sui luoghi dell’azione. Per portati intendiamo dire letteralmente trasportati, nelle loro vetture, in gruppi di quattro passeggeri, seguendo la storia che si sviluppa anche durante gli spostamenti, con l’incredibile, doppio ruolo di attore e chaffeur per ognuno dei nostri interpreti.

Il teatro di fatto non esiste, e l’azione scorre veloce, fisicamente in appartamenti privati e in una scuola paritaria primaria in una struttura religiosa, dove i gruppi di pubblico vengono trasportati dalla narrazione (e dalle deliziosamente cortesi assistenti), di stanza in stanza, di scena in scena, con gli attori che recitano - ma è difficile crederlo! - di fronte ai loro occhi, a stretto contatto di gomito col pubblico.

La sensazione iniziale è stata vicina al sequestro di persona, commentando coi nostri compagni di vettura, e l’abitudine a prendere posto in una fila di poltrone ordinate di fronte a un palco è presto un lontano ricordo. Le stanze sono necessariamente piccole, anguste al punto giusto perché l’interazione con i teatranti sia completa, tangibile, carnale. Assistiamo alle scene, ai dialoghi e ai monologhi come se in scena ci fossimo anche noi. Come se la scena fossimo noi! Un’azione dove comparse e pubblico diventano un tutt’uno, confidenti della coscienza del protagonista, e portatori dei segreti più peresonali.

Ad occhi aperti

La storia ruota intorno a un processo per stalking, tema di pressante attualità, a opera di un giovane, spregiudicato professore (Matteo Bolognese) che sa benissimo di avere le spalle coperte da un padre famoso e potente, tema di attualità eterna, ai danni di una ragazza con un passato tormentato (Sara Allegrucci), che è stata brevemente la sua compagna, ma che ora è terrorizzata dalle persecuzioni psicologiche e non dell’ex fidanzato. In mezzo, un promettente avvocato (Adelmo Togliani) che sa benissimo che la battaglia di principio sarebbe non solo in salita, ma anche pericolosissima per la sua carriera - e quest’ultimo è il filone che abbiamo seguito.

I tre protagonisti vivono la vicenda con tre punti di vista totalmente differenti, e sappiamo per certo di aver avuto una prospettiva parziale e soggettiva della faccenda, come tutto nella vita. I personaggi secondari, non meno bravi dei protagonisti, aggiungono “ponti” tra i filoni, raccordando le storie, acuendo le incomprensioni, e portando in scena il carico delle loro personali afflizioni e miserie. L’eterna fidanzata (Alessandra Verdura), innamorata di un indeciso e tormentata di tenerezze e gelosie; la procuratrice in carriera (Valeria Mafera), che su quell’altare ha sacrificato persino la sua stessa identità; l’avvocato untuoso e arrogante (Camillo Ventola), maestro nel correre sempre in soccorso dei vincitori; la suora taciturna e tagliente (Chiara Ricci), con molto più di una semplice vocazione religiosa alle spalle.

Ad occhi spalancati

Siamo sballottati da una location all’altra, da una scena all’altra, ma senza il paventato effetto giapponesi in gita turistica che ci aveva insospettito nei giorni precedenti al nostro turno. Anzi, il coinvolgimento diretto fa volare via le oltre due ore e mezza ininterrotte di rappresentazione e ci fa ignorare la pioggerellina che saluta gli ultimi giorni di questo maggio romano. Le tre udienze del processo (angoscianti e puntigliose come solo il linguaggio forense sa essere - oltre a riportare alla memoria personale inquietanti ricordi), nelle quali convergono i protagonisti e i gruppi di pubblico a essi agganciati, sono l’occasione per confrontare i filoni e assegnare al giudice (dilettante del palco, ma professionista della Legge Roberto Allegrucci) di trovare l’oggettività nelle versioni soggettive e nelle vicende private ormai pubbliche.

Fino all’epilogo, tragico e inevitabile, dove un Deus Ex Machina dei più improbabili (a meno che non conosciate Toki di Hokuto!) risolve la questione lasciando sul terreno più domande che risposte. E che ci regala un monologo monumentale, del quale non possiamo dir nulla, sperando che la produzione riesca a mettere in cantiere altre repliche.

Ad occhi gonfi (di lacrime)

Non è stato uno spettacolo e soprattutto non è stato (semplicemente) teatro. E’ stato molto, molto altro, un’esperienza dei sensi e dello spirito. Se potessimo paragonare questo modo di recitare con un’altra arte simile, potremmo pensare all’emozione di aver visto un film in 3D per la prima volta, dopo cent’anni di schermi d’argento bidimensionali. La scena si muove intorno a noi, la scena si muove con noi, la scena siamo noi, e ci avvolgiamo intorno agli attori come gli amici in spiaggia intorno a quello che sa strimpellare la chitarra.

Una regia realmente magistrale, la necessità di un coordinamento straordinario - i filoni non sono soltanto autonomi, ma anche sincronizzati, e in alcuni casi gli attori devono fare continui flashback tra linee temporali accavallate! - lasciano le vertigini a immaginare il lavoro di distruzione del tempo e dello spazio per accompagnare per mano dodici apostoli intorno a una triplice trama intessuta tra le strade e nei palazzi di Roma.

Ci pervade la sensazione di essere alternativamente la seconda unità di una troupe televisiva (tanto marcata è la vocazione cinematografica della regia per scene), oppure dei fantasmi, degli angeli custodi invisibili e presenti di fronte ai protagonisti, o addirittura dei voyeur della nostra era elettronica dove il personale e privato è pubblico e planetario. E ci scopriamo anche “pubblico di”: chi segue un determinato filone sviluppa naturalmente empatia per il proprio protagonista e le sue convinzioni, ma ci rende anche particolarmente diffidenti degli altri spettatori, che “non la sanno tutta” e che sicuramente tifano per i nostri avversari Ah, sciocchi!

La personalizzazione degli astanti è acuita anche dal loro interagire continuo: è impossibile immaginare un grado di coinvolgimento anche interno al gruppo, tra spettatori ordinatamente allineati a guardare il palcoscenico. Condividere un viaggio in automobile, o stringersi alle pareti di un cucinino, ci rendono gruppo di affini, non soltanto pubblico pagante.

Ad occhi stanchi

Lo spettacolo finisce tardi, e la seguente cena con gli artisti, arriva a ore che solo il successivo sabato mattina ci permettono di raggiungere. Le solite chiacchiere post teatro (che non c’è!) ci svelano che loro stessi in prima persona sono stati molto dubbiosi di questo format, e che solo dopo la trionfale prima si sono convinti che il meccanismo funzionava - ed egregiamente bene!

Gli attori sono tutti, incondizionatamente, strepitosi. E anche se può sembrare una piaggeria, stavolta non riusciamo davvero a trovare qualcosa di davvero stonato in quello che abbiamo visto. Forse la necessità di vedere l’opera tre volte, o la sfortuna di essere incappati nell’unica serata di brutto tempo di tutte le repliche, o ancora il fatto che gli spostamenti in macchina frammentano ancora di più le esperienze dei nove gruppetti di spettatori. Ma sono tutti aspetti minori, confrontate all’unica, vera critica che si possa muovere al lavoro di Fineschi: ci sono troppe poche repliche, e - se gli attori non dovessero sostenere una fatica materialmente enorme - dovrebbe essere in scena (o in strada…) per almeno due mesi di fila, possibilmente in estate, per rendere giustizia a questo capolavoro.

Ad occhi meravigliati

Infine, il solito appunto sulla nostra Chiara. Il suo personaggio, silenzioso, duro, allampanato, è quasi fastidioso nel suo glaciale distacco. Una nera cornacchia silenziosa che osserva con severità e parla solo se davvero non se ne può fare a meno. Anche quando i suoi contatti col bell’avvocato si fanno più cordiali, un muro la separa da tutto e da tutti quelli che non abbiano immediato bisogno del suo aiuto. Un segreto, più d’uno, e indizi evidenti soltanto dopo l’ultima scena, nella quale ci regala un’interpretazione da brividi, ancora più intensa di quella di Rose di Maggio (che è tutto dire!).

Una delle cose più straordinarie che abbiamo mai visto, in qualsiasi contesto, e motivo di disperazione per chi se l’è persa. Mai come stavolta, vorremmo ricevere un avviso sulla messa in scena di repliche di “Ad occhi chiusi”.

Non vedremmo l’ora di tornare a teatro.

Anche se il teatro non c’è.

Francesco Munda (inviato speciale)